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ISSN 1974-5044
 

Sandro Chignola, Fragile cristallo. Per la storia del concetto di società

 

 

recensione di Michele Spanò

 

La storia della ricezione italiana della Begriffsgeschichte meriterebbe assai più spazio di quel che qui non le si possa concedere. La linea interpretativa destinata a rivoluzionare l’approccio agli studi filosofico-politici è transitata dalla Germania e dall’Austria di Otto Brunner, Werner Conze e Reinhart Koselleck all’accademia italiana in virtù di alcuni importanti intercessori, fino ad affermarsi solidamente in alcuni centri di ricerca, la cui produzione scientifica ha ormai un profilo riconoscibile e una estensione cospicua. Primi furono Gianfranco Miglio e Pierangelo Schiera che traducendo e curando l’opera di Brunner imposero alla filosofia politica italiana la novità della storia costituzionale e il suo inconfondibile intreccio tra discipline e istituzioni (oppure, diremmo oggi, tra concetti e pratiche). L’Istituto storico italo-germanico di Trento con Schiera ma anche con Paolo Prodi è stato, in questo senso, un vero e proprio laboratorio le cui ricerche hanno contribuito a impostare su basi nuove il dibattito storiografico circa genesi e sviluppi dello Stato moderno. Accanto ai loro, negli anni, si è andato affiancando lo sforzo di Giuseppe Duso che, presso l’Università di Padova, ha dato vita al Gruppo di ricerca sui concetti politici. Ebbene – eccoci al punto – Sandro Chignola è stato allievo a questa scuola e il suo lavoro filosofico, oltre a compendiarne le virtù, è felicemente aperto alla ricezione di ulteriori posizioni teoriche – quella genealogica foucaultiana, su tutte – le quali, fatte reagire con il nocciolo duro della Begriffsgeschichte, producono effetti teorici notevoli.

Ne è valida testimonianza questo poderoso volume, dato alle stampe nel 2004 per i tipi dell’Editoriale Scientifica, in cui sono ordinati tre voluminosi saggi che, partitamente, si preoccupano di seguire le traiettorie di luce espresse da facce diverse di quell’unico prisma, di quel ‘fragile cristallo’ in cui variamente si metaforizza il concetto di società, alla cui storia il volume è consacrato. Il titolo è una variazione marxiana: è il moro di Treviri che, nelle pagine introduttive di Das Kapital, racconta il disappunto degli scienziati politici borghesi nell’accorgersi di quanto poco solido fosse il terreno calcato dalla loro disciplina. Il volume di Chignola si preoccupa di situare l’invenzione concettuale della società, di quell’ipotesi, di quel “nome” attraverso cui la scienza politica ha creduto di poter descrivere fenomeni nuovi e, insieme, di poter rifondare se stessa, definendo confini disciplinari e protocolli teorici in misura dell’elaborazione del suo proprio oggetto di studio. È una storia quindi del secolo XIX: un’epoca capace di imporre alla scienza politica il compito di pensare un nuovo legame per il soggetto del proprio tempo, quell’individuo frutto della più violenta delle déliasons che, sottraendolo ai ben determinati rapporti della altständische Gesellschaft, lo consegnava – in virtù della doppia operazione di formalizzazione e indifferenziazione condotta attraverso il vettore concettuale della volontà – alla libertà e all’eguaglianza.

Chignola, è chiaro, deve trascegliere e selezionare, tanto è vasto l’oggetto di una ricerca simile. Lo fa estraendo un compatto spaccato di tempo politico che va dalla Restaurazione all’Ottocento inoltrato, restituendo così tre quadri, tre momenti di un dibattito e tre protagonisti: Lorenz von Stein, Heinrich von Treitschke e Alexis de Tocqueville. I tre affrontano, secondo inclinazioni diverse, il compito che si è enunciato: fornire un pensiero adeguato al nuovo legame sociale, al patto dell’indifferenza che stringe insieme, slegandoli, individui liberi ed eguali. Una società, dunque, che in forza della neutralizzazione del conflitto materiale e in virtù di una indifferenziata garanzia giuridica sarà pur sempre rimessa a una pluralità di esigenze da cui gli esorcismi politici non possono esonerarla: contenere eccedenze, ricevere istanze, stimolare risposte, ricreare risorse.

La prima scena – quella che ha per protagonista von Stein – è costruita attorno a un confronto che ospita, in veste di deuteragonista, Hegel. La ricostruzione speculativa ovvero la deduzione della società civile da parte di quest’ultimo implica la necessità del predicato, tutt’al contrario di Stein, per il quale punto d’avvio della riflessione è proprio la separazione della società dallo Stato e dunque l’abbandono della gerarchia sistematica che assegna l’una all’eticità e l’altro alla moralità. La concettualizzazione del plesso societario-statuale di marca hegeliana è per Stein irricevibile e il predicato ‘civile’ cede sotto l’urto di un soggetto eccedente e mostruoso: la multitudo democratica, il proletariato. Ma c’è di più: è la stessa cornice epistemica che ospita il confronto a subire una modificazione nel suo tratto essenziale. Stein, infatti, si adopera a temporalizzare integralmente la scienza politica, offrendo l’immagine di una disciplina capace di leggere nel presente segnali di futuri possibili. La contraddizione hegeliana finisce dunque per trasformarsi in dispositivo storiogenetico: il fatto del proletariato eccede il sistema e – in forza dell’incomponibile divaricazione tra interesse e diritto – impedisce ogni sintesi. Motivi simili sono quelli evocati nella polemica ulteriore che vede questa volta Stein aggredire il programma della Scuola storica del diritto. Una volta ancora, si tratta di temporalizzare la sistematica giuridica, dandosi l’impossibilità – i cui effetti sono lungi dal riflettere soltanto vizi formali – di congelare il presente in una dogmatica troppo risalente e fatalmente disomogenea. Stein non può non sottoscrivere l’impegno savignyano alla separazione fra teoria e prassi, come, del resto, non può non salutare positivamente una nuova stagione giurisprudenziale, ciononostante, deve anche scontrarsi con la senescenza della romanistica e in virtù di ciò rifiutarla, consegnandola all’antiquaria. Sarà la scienza del diritto, nel progetto steiniano, a mediare tra storia e filosofia, candidandosi così al ruolo – su cui, in anni lontani, già Schiera aveva portato l’attenzione – di vero e proprio fattore costituzionale.

La scienza del diritto non può essere, infatti, mai disgiunta da una scienza dello Stato e della società, caratterizzata dall’attitudine diagnostica di una ontologia dell’attualità avant la lettre. L’attualità di Stein è la Rivoluzione e la produzione di soggettività proletaria che essa implica. È infatti la macchina della rappresentanza democratica a produrre il popolo tanto nella forma della nazione quanto in quella della società. L’emergenza del proletariato si installa precisamente in questa divaricazione sancendo l’impossibilità di una sua composizione in via politico-giuridica e, proprio perciò, rendendo necessario un aggiornamento disciplinare, la messa all’opera di una scienza della società. Il politico è così, malgré lui, dislocato nel sociale lasciando emergere la società quale campo di forza entro cui un soggetto è non tanto e non solo economicamente subalterno quanto anche e soprattutto giuridicamente scoperto: il paradosso incarnato dal soggetto proletario, infatti, coincide con la sua necessaria rinaturalizzazione sociale in quanto privo del titolo di persona giuridica. È proprio questa la carta giocata da Stein sul piano della proposta e in opposizione ai programmi social-comunisti. La scienza della società prospetta un’alleanza virtuosa tra diritto di proprietà e principio di personalità quale cornice di una completa autorealizzazione personale. Se il compito dello Stato si rivela massimamente nel non creare impedimenti alla libera determinazione del cittadino, le vie praticabili risultano due, quella costituzionale e quella amministrativa. Le funzioni – a loro modo integrative – di costituzione e amministrazione istituiscono – per esprimersi à la Rosanvallon – il sociale solo laddove risulteranno capaci di operare una composizione del principio dello Stato con quello della società, tale da sfociare in un’inedita democrazia sociale, giustificata – come Chignola ricostruisce limpidamente – anche attraverso la mobilitazione di un’intera costellazione metaforica desunta dalle scienze biologiche.

Nella seconda scena Chignola si preoccupa di ricostruire un ricco dibattito, sempre tedesco, circa l’opportunità di istituire, secondo un profilo disciplinare autonomo, una scienza della società indipendente dalla scienza dello Stato. L’orizzonte non muta quindi drasticamente rispetto a quello del primo saggio, ma il numero dei protagonisti aumenta e la battaglia delle idee attorno allo statuto della Gesellschaftswissenschaft non ha più il tono raccolto del minuetto ma la ricchezza espressiva della sinfonia. Già Kant e Humboldt, secondo registri diversi, si erano scagliati contro Schäffle, difendendo le prestazioni sociali minime dello Stato di diritto a petto dell’autoritarismo dello Stato di polizia e del paternalismo dello Stato di benessere. Tuttavia, Chignola sottolinea il paradosso implicito che albergava in queste critiche: sono proprio gli strali lanciati contro lo Stato di benessere a permettere una ristrutturazione dei protocolli operativi dello Stato di polizia, perché se lo Stato deve dismettere le sue velleità interventiste limitandosi a farsi garante della sicurezza individuale ciò non toglie che si tratterà di pensare una nuova forma di mediazione tra Stato e società. È proprio la ricerca di questa mediazione a tagliare il campo della scienza tra quanti, ciascuno secondo opzioni assolutamente peculiari, sostengono il primato della scienza dello Stato su quella della società e quanti, di contro, esprimono la necessità di uno svecchiamento di apparati teorici ormai concettualmente deboli a fronte delle novità che agitano la società. Le pagine di Chignola vedono allora sfilare i nomi e le posizioni teoriche di Treitschke, Bluntschli, Ahrens, Warnkönig, Ricci, Rochau, Mohl, Riehl, Schmoller. Chignola ricostruisce con dovizia le posizioni di ciascuno, con particolare riguardo al dibattito intorno ai Vereine, così da rendere vivido lo scontro tra quanti ritenevano possibile, in forza di una nuova scienza della società, isolare da un punto di vista analitico e formale lo Stato dalla società e quanti puntavano su un rinnovamento dinamico della Scienza dello Stato, capace di integrare e comporre l’istanza materiale dell’una con quella formale dell’altro.

Il terzo saggio del volume è esemplare. Chignola, ricostruendo alcuni passaggi fondamentali della biografia intellettuale di Tocqueville – i viaggi in America ma, anche e soprattutto, quello in Inghilterra –, offre non soltanto una ricostruzione dettagliatissima e critica del confronto tra Tocqueville e la novità rappresentata da un nascente diritto amministrativo, il cui esito coinciderà con la stesura de L’Ancien Régime et la Révolution, ma un vero e proprio saggio sulla logica della sovranità. È in questo sforzo di unire la rigorosa ricostruzione concettuale a obiettivi di ontologia dell’attualità che va riconosciuto uno dei più grandi meriti dell’intero volume e che nel saggio su Tocqueville viene completamente a giorno: la genealogia dell’amministrazione è forse il tassello fondamentale di una controstoria della sovranità e sicuramente un grimaldello concettuale privilegiato di critica e comprensione del presente, capace di rendere ragione di quel riferimento alla governamentalità che – evocata nell’Introduzione – orienta segretamente buona parte del volume.

Il saggio muove da un confronto con la storiografia continuista di Guizot. Secondo Tocqueville, infatti, l’inserzione nel diritto civile del principio di uguaglianza operato dalla Rivoluzione impedisce la tenuta del progetto guizotiano e rende dunque impraticabile l’ipotesi di una composizione costituzionale di ‘democrazia’ e ‘aristocrazia’. Tocqueville immagina qualcosa di diverso, una economia morale della democrazia, una direzione paternalistica del patto democratico. In questo senso, l’esempio americano delle associazioni è ai suoi occhi esemplare: l’associazione gli appare fattore cruciale di una pedagogia della libertà capace di sottrarsi al double bind costituito da un risorgente paternalismo statuale, da un lato, e dalla diffusione di forme di cooperazione non delegabili, dall’altro. L’estensione della libertà politica alle classi subalterne d’Europa sottende un progetto di chiara marca disciplinare: è un’educazione alla proprietà e alla sua morale. Il viaggio in Inghilterra si preoccuperà di aggiornare questo quadro teorico e costringerà Tocqueville a misurarsi con l’evidenza per cui il prodotto del principio di uguaglianza è non già l’associazione bensì la dissociazione. Effetto che ancora una volta richiama il diastema tra l’istanza materiale propria della società e la trascrizione formale del conflitto che si opera nello Stato: l’industria rinaturalizza e rifeudalizza i rapporti già liberati attraverso quel paradossale legame slegante che è il contratto. La forma di socialità industriale enfatizza quindi l’effetto di disintegrazione prodotto dalla democrazia, riproducendone la medesima razionalità disgiuntiva. Ma il punto è un altro: democrazia e questione sociale – in forza del loro medesimo effetto dissociante – chiamano lo Stato a una nuova stagione di intervento. È qui che Chignola, assai opportunamente, inserisce un richiamo all’importante influenza che ebbe su Tocqueville la riflessione del cattolicesimo sociale francese. La disciplina morale del lavoro è opposta alla carità tanto in virtù del ruolo occupato dalla miseria nel sistema produttivo quanto degli effetti antropologici e produttivamente depressivi che una sua eliminazione comporterebbe. Tocqueville si adopera così a escogitare soluzioni pratiche – la partecipazione agli utili di impresa, la capitalizzazione del salario operaio attraverso le casse di risparmio – guidate dall’ipotesi di coniugare un agire virtuosamente previdente con una massiccia espansione sociale della proprietà. Sono dunque motivi tanto politici che economici a consigliare Tocqueville nello schierarsi a favore dell’autogoverno morale e in opposizione all’intervento statale e a farne un critico della produzione amministrativa del sociale che – perfino nell’orizzonte socialista – finisce per ripristinare i vizi dell’assolutismo. Se la genealogia dell’individuo si produce politicamente attraverso un’incorporazione nella Nazione, lo Stato, figlio della Rivoluzione, finisce col replicare la logica cetuale di Antico Regime.

La sovranità popolare si trova così assorbita proprio dall’amministrazione: ciò che fa eguali gli individui, infatti, non è la rottura epocale della Rivoluzione, ma il principio centralizzatore che presiede alla sovranità. La logica della sovranità attraversa trasversalmente l’assolutismo e la Rivoluzione e indica nella libertà e nell’eguaglianza i prodotti della subordinazione alla legge quale prodotto della volontà. Il nesso strutturale che va disegnandosi tra amministrazione e sovranità è esemplarmente catturato da Chignola nella ricezione tocquevilliana del Corso di diritto amministrativo di Macarel. Il noto dibattito circa il contenzioso amministrativo vede Tocqueville schierarsi contro l’ipotesi di una giurisdizione amministrativa, riguardata come un pericoloso vulnus  al potere giudiziario e all’autogoverno della società e solo parzialmente esorcizzata dall’enfasi posta sul ruolo del jury (tema che riacquista oggi grande interesse, si pensi ad alcuni recenti lavori di Yves Sintomer). L’amministrazione, spoliticizzando le relazioni tra privati, espropria gli individui del loro diritto-dovere alla partecipazione che, d’altro canto, richiede e domanda un’opera di cura costante e sollecita.

È in chiusura che ritornano temi tocquevilliani per eccellenza: l’amore per la libertà e la resistenza all’indifferenza. Chignola, con il suo volume, è riuscito a inquadrare tali esigenze nella cornice più ampia del dibattito intorno ai rapporti tra Stato e società e alla necessità di pensare mediazioni possibili tra questi. È una esigenza che si ripropone con rinnovata forza nel tempo presente: le litanie sulla crisi dello Stato, rimanendo al palo di una lettura tutta centrata sul principio di sovranità, rischiano di risultare fuorvianti. La problematizzazione dell’amministrazione, le sue metamorfosi morfologiche, un nuovo costituzionalismo e forme inedite della partecipazione e della rappresentanza sollecitano all’applicazione di griglie teoriche aggiornate e, genealogicamente, trasformano antichi dibattiti in modernissime cassette degli attrezzi filosofici e politico-giuridici per pensare la società di oggi e, perché no, anche quella di domani.

 

Chignola, Sandro, Fragile cristallo. Per la storia del concetto di società, Editoriale scientifica, Napoli 2004, pp. 660, € 48

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